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    Giornalisti al seguito di Hamas nel massacro del 7 ottobre. Complici o testimoni?

    Giornalisti coinvolti nel massacro

    C’erano giornalisti, in particolare fotografi “indipendenti” ma sotto contratto per alcune delle principali testate internazionali fra le squadre di terroristi che hanno invaso Israele e praticato il più orribile massacro antisemita dopo la Shoah. Il sito americano “Honest Reporting” ha rivelato ieri questo fatto inquietante, che è stato ripreso poi da diversi autorevoli giornali internazionali, fra cui il “Washington Post”. È emerso in rete anche il filmato di uno di loro, Hassan Eslaiah, collaboratore della “CNN” e del “New York Times” che fra una sorta di telecronaca fra i terroristi che esultano vicino a un carro armato; c’è anche – a testimoniare il suo ruolo- una foto precedente che lo ritrae abbracciato al leader di Gaza di Hamas Yahya Sinwar. Ma soprattutto sono emerse immagini di fotogiornalisti che riprendono tranquillamente il rapimento terrorista di una donna del Kibbutz Kfar Aza.  È una notizia inquietante che suggerisce diverse considerazioni. 


    Terroristi che documentano il massacro e giornalisti che sapevano

    La prima è ovviamente il fatto che i terroristi volevano che il loro sadismo fosse documentato e diffuso, per restare nella storia o per infiammare così degli imitatori. Nelle scorse settimane si sono visti molti filmati dell’eccidio, riprese degli stessi massacratori sui loro cellulari o anche su quelli delle loro vittime. Stando a quanto emerso nei media, la novità è che si sono portati al seguito anche giornalisti accreditati di testate importantissime. Questo implica che questi giornalisti sapessero in anticipo che qualcosa di grosso stava per avvenire, e soprattutto che assistessero senza reagire alle più terribili atrocità del massacro. Vi è in sostanza una complicità di questi fotografi con la strage, molto probabilmente non solo professionale ma ideologica. Non è una novità: la stampa internazionale si avvale spesso nei territori dominati dai terroristi palestinesi di informatori locali (detti “stringers”) che nel caso di Gaza e dei territori controllati dall’Autorità Palestinese sono scelti dalle autorità locali per la loro fedeltà come strumento di controllo. Ma accade anche che le agenzie di stampa internazionali svolgano una funzione attiva di censura di immagini e notizie a favore dei terroristi. Vi sono articoli che documentano per esempio come la “Reuters” una decina di anni fa tagliò le immagini degli scontri sulla nave “Mavi Marmara” della flottiglia per Gaza, in maniera tale da nascondere le armi dei terroristi. Ancora oggi, Hassan Esleiah ha pubblicato su X-twitter un post minaccioso per i suoi datori di lavoro: “C’è molto incitamento contro di me sui media israeliani in seguito alla mia copertura della guerra di Gaza. Chiedo alle parti rilevanti di prendersi la loro responsabilità”. Le “parti rilevanti” sono evidentemente i giornali per cui lavora, che in effetti hanno tolto il riferimento all’autore dalle foto pubblicate. Ma forse le “responsabilità” della CNN  e del New York Times non sono solo queste, forse le redazioni erano state avvertite in anticipo e hanno ritenuto di tacere, privilegiando l’agibilità professionale a Gaza sulla possibilità di prevenire una strage. Sono scenari sconvolgenti, che quanto meno testimoniano di un accomodamento della stampa internazionale col terrorismo, al limite della complicità. 


    Le operazioni sul terreno

    Nel frattempo la guerra va avanti col passo lento del combattimento. L’esercito israeliano ha conquistato l’”Avamposto 17” una posizione militare importante di Hamas a Jabalyia nel nord della Striscia, scoprendo e distruggendo numerosi tunnel. Lì vicino hanno anche individuato e smantellato una fabbrica di droni, sistemata in un asilo infantile.  Si sono aperti anche dei fronti di combattimento significativi nella parte meridionale di Gaza, vicino a Kahan Younis. Un civile israeliano è stato ucciso da un razzo anticarro di Hezbollah a Kiriat Shmonah. Al confine con la Siria vi sono stati scontri più importanti del solito, che hanno ucciso una decina di militari siriani. Si è risvegliato anche il teatro di Giudea e Samaria, dove ci sono stati diversi tentativi di attentato.


    Il coinvolgimento americano

    Continuano gli attentati contro gli americani per il loro appoggio a Israele. Gli Houthi yemeniti hanno rivendicato l’abbattimento di un drone da ricognizione americano che volava sopra le acque internazionali del Mar Rosso. Per rappresaglia degli attacchi alle loro basi in Iraq e Siria dei giorni scorsi, gli americani hanno bombardato un deposito di armi dei terroristi iracheni, provocando una decina di morti. Questi hanno reagito promettendo nuovi attacchi. Anche se la proposta americana di un cessate il fuoco “umanitario” è stata respinta da Netanyahu (“niente cessate il fuoco fin che vi sono persone rapite nelle mani di Hamas”) la presidenza americana continua a esprimere un forte appoggio politico a Israele. In risposta a una domanda provocatoria di un giornalista di sinistra, che in una conferenza stampa chiedeva che cosa gli Usa intendevano fare per bloccare il genocidio israeliano, il portavoce della presidenza ha dato la risposta più giusta: “Il solo genocidio oggi in Medio Oriente è quello di Hamas”.


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