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    Il falso scandalo della visita di Ben Gvir al Monte del Tempio

    Una strana riunione

     

    Il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il massimo organismo esecutivo della comunità internazionale, dovrebbe riunirsi oggi venerdì per una sessione di emergenza. Si tratta della guerra in Ucraiuna? Delle minacce cinesi a Taiwan? Della inumana repressione cui il regime iraniano sottopone la sua stessa popolazione, in particolare le donne? O del fatto che lo stesso regime iraniano sta allestendo un’arma atomica e un dispositivo missilistico per trasportarla che minacciano non solo il Medio Oriente, ma anche l’Europa? No, l’oggetto della riunione di emergenza è invece il fatto che l’avvocato Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nel nuovo governo israeliano, abbia fatto un giro qualche mattina fa sul Monte del Tempio, badando bene a non entrare nella moschea di Al Aqsa, senza che vi fosse alcuna reazione dei musulmani presenti né delle “piazze arabe”, salvo un razzo sparato da Hamas a Gaza verso Israele ma ricaduto sullo stesso territorio controllato dai terroristi, come spesso accade.

     

    Perché i potenti del mondo si riuniscono per una questione così marginale?

     

    La risposta formale è semplice: perché l’hanno chiesto Giordania e Autorità Palestinese. Quella sostanziale deve tener conto del fatto che anche la diplomazia americana e quella europea si sono disturbate a condannare la visita e che perfino i paesi arabi la cui sicurezza è legata alla potenza israeliana, come gli Emirati e il Bahrein, hanno prestato alla faccenda il tributo di una condanna tanto effimera quanto sdegnata nei toni. Un punto da tener presente è che Ben Gvir aveva visitato il Monte del Tempio parecchie volte, negli ultimi anni, prima di diventare ministro; e anche la sua carica non cambia le cose, dato che parecchi deputati e ministri hanno fatto lo stesso in passato.

     

    Gli ebrei sul Monte del Tempio

     

    È chiaro che per i palestinesi gli ebrei non dovrebbero assolutamente “sporcare” quella che loro chiamano “spianata delle Moschee” con i loro “luridi piedi” (l’espressione ovviamente è loro), ma del resto secondo loro non avrebbero neanche il diritto di pregare al Kotel (il “muro occidentale” o “del Pianto” che essi chiama muro di “Al Buraq”, cioè del cavallo magico con cui Maometto sarebbe arrivato in una notte dalla Mecca a Gerusalemme e che il profeta avrebbe parcheggiato lì prima di usare il Monte come base di una veloce ascensione al cielo). Ma che il luogo di questa impresa miracolosa fosse proprio Gerusalemme è dubbio, non risulta chiaramente neppure dal testo del Corano; non solo gli storici e gli archeologi tutti gli studiosi islamici del passato hanno del resto riconosciuto che in quel luogo sorgeva il Tempio di Gerusalemme, come dimostra il bel libro appena uscito da Guerini: “Il monte del tempio” di Yitzhak Reiter e Dvir Diamant.

     

    Perché lo scandalo

     

    Bisogna dire che anche un’opinione rabbinica largamente maggioritaria proibisce agli ebrei la salita al Monte. Ma vi sono anche opinioni diverse e comunque di questo agli estremisti musulmani non interessa nulla. Quel che conta per loro è contestare il legame del popolo ebraico con Israele, Gerusalemme e il Tempio. Che per farlo debbano invocare una posizione francamente razzista (gli ebrei in quanto tali, al di là della loro posizione religiosa non hanno per loro diritto di accedere al Monte) che non ha paragoni in altre parti del mondo: come se chi non è cattolico non potesse entrare in Piazza San Pietro. La sola eccezione è La Mecca, città dove i non musulmani non sono ammessi; ma si tratta di nuovo dell’Islam ed anche questo è certamente un fatto che dovrebbe far riflettere.

     

    Lo status quo

     

    Il Monte del Tempio è comunque da tremila anni il luogo più sacro per gli ebrei e non si vede perché non dovrebbero accedervi. Quando nel ‘67 Israele liberò Gerusalemme, prese anche il Monte, con grande commozione di tutto il popolo ebraico. Con un gesto di pace che qualcuno oggi gli rimprovera, Moshé Dayan decise di continuare a farlo gestire a un ente religioso musulmano controllato dalla monarchia giordana, un Waqf o fondazione; ma questo non significava affatto una rinuncia alla sovranità israeliana, solo una delega dell’amministrazione. E in effetti da allora gli ebrei hanno sempre  potuto salire al Monte, in orari piuttosto limitati, ma non pregarvi. Vi salì anche Ariel Sharon ventidue anni fa, e oggi abbiamo le prove che la sua presenza non fu la causa dell’ondata terroristica della “seconda intifada” ma solo il pretesto cavalcato da Arafat per farla partire, come aveva già deciso.  A questo status quo si è riferito Netanyahu, in seguito alle reazioni di sdegno, confermando alla comunità internazionale di non voler cambiare sostanzialmente la situazione, anche se è prevedibile che per ragioni di uguaglianza democratica sarà consentita in un prossimo futuro un accesso più agevole e magari anche la preghiera ebraica (e cristiana, visto che il Monte è un luogo importante anche per loro). In conclusione, anche la visita di Ben Gvir è un pretesto, ma probabilmente non della rivolta contro Israele, come accadde vent’anni fa, bensì solo di un tentativo di delegittimare il nuovo governo di Israele, sgradito ai palestinesi come alla sinistra interna e internazionale.

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