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    Le conclusioni dell’inchiesta militare sull’assassinio dei tre soldati israeliani nel Sinai

    Il fatto

    Si è conclusa nei giorni scorsi l’inchiesta dell’esercito israeliano sull’attentato che durante la notte fra il 2 e il 3 giugno è costata la vita a tre soldati di Israele: Lia Ben-Nun, Uri Itzhak Ilouz e Ohad Dahan. Come si ricorderà, prima dell’alba un poliziotto egiziano ha superato la barriera di protezione che divide Israele dall’Egitto nel Sinai, ha sorpreso due soldati che stavano in una postazione di guardia e li ha uccisi. Il comando della brigata si è reso conto del problema solo alcune ore dopo, e ha iniziato una caccia all’uomo in cui il terrorista è riuscito a uccidere ancora un militare israeliano, prima di essere a sua volta eliminato. È stato un episodio molto grave, che ha colpito molto, non solo per il numero e la giovane età delle vittime, ma anche perché esso è avvenuto in una zona del paese che è sì percorsa dai contrabbandieri, ma in genere non è considerato troppo pericolosa sul piano militare, dato che la collaborazione di sicurezza fra Israele ed Egitto è essenziale per entrambi i Paesi.

     

    La dinamica dell’attentato

    Subito dopo l’attacco era difficile capire che cosa fosse realmente accaduto. Alcune cose sono emerse presto. L’episodio è stato un vero attentato, non il frutto di un malinteso durante l’inseguimento di contrabbandieri, come aveva preteso l’Egitto subito dopo i fatti e neppure il frutto di una complicità del poliziotto con i contrabbandieri, come altri avevano supposto. L’attentatore portava un Corano addosso ed era un integralista islamico. Per il “merito” di aver ucciso degli israeliani e per la sua posizione ideologica, è stato subito esaltato soprattutto da Hamas e dai suoi sostenitori. È entrato in Israele da un varco segreto della barriera di sicurezza, nascosto ma non sbarrato, che evidentemente conosceva per il suo lavoro. Ha sorpreso i soldati di guardia nella postazione israeliana che sorvegliava un altro tratto della barriera ed è riuscito a eliminarli. Almeno dai tempi del sequestro di Gilad Shalit in una torretta di sorveglianza ai confini di Gaza, l’esercito israeliano sa bene che queste posizioni apparentemente noiose e protette, ma indispensabili, possono essere particolarmente a rischio. Si è anche saputo che a due chilometri di distanza c’era un’altra postazione israeliana, che i soldati di guardia lì avevano sentito dei colpi, ma seguendo le istruzioni non erano intervenuti perché sono frequenti in quella zona tiri d’arma da fuoco da parte dei contrabbandieri. Infine il presidente egiziano Morsi ha avuto un colloquio con Netanyahu, esprimendo le sue condoglianze. Può sembrare un gesto ipocrita ma è importante per marcare la presa di distanza ufficiale dell’Egitto dal terrorismo antisraeliano. C’è stato anche un lavoro di coordinamento fra i comandanti israeliano ed egiziano del settore, per prevenire nuovi attacchi.

     

    L’inchiesta

    Come accade in tutti gli incidenti militari rilevanti, il capo di stato maggiore delle forze armate ha ordinato un’inchiesta interna, che si è svolta velocemente ma in maniera severa e approfondita. L’inchiesta non ha rilevato alcune responsabilità da parte dei soldati uccisi, che al momento dell’attentato stavano svolgendo la loro vigilanza secondo le istruzioni ricevute, come il terzo militare ucciso durante l’inseguimento dell’attentatore. Ha invece censurato disciplinarmente i loro ufficiali per tre livelli gerarchici (il comandante di divisione per omesso controllo, quello di brigata per non aver organizzato efficacemente la sorveglianza, quello della compagnia per l’inefficacia della reazione). La vigilanza al confine con l’Egitto sarà immediatamente riorganizzata, con turni di guardia più brevi e altre modalità operative che permetteranno ai militari israeliani un’autodifesa efficace. C’è stata dunque un’autocritica incisiva. Certamente ciò non rimedia al dolore per l’assassinio di due ragazzi e una ragazza colpevoli solo di difendere i confini del loro stato. Ma servirà a migliorare la sicurezza di Israele: imparare anche e soprattutto dagli episodi più tristi, senza nascondere gli errori, è la condizione dell’efficienza di una forza mitica ma certo non infallibile come l’esercito israeliano.

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