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    Netanyahu si prepara a un incontro diplomatico in Cina. Una risposta all’ostilità dell’amministrazione Biden?

    Un rapporto intenso

    Ha suscitato molto interesse della stampa in Israele l’annuncio di una impegnativa visita di Bibi Netanyahu in Cina programmata per il mese prossimo, che comprenderà un incontro col leader cinese Xi Jinping. In realtà la politica israeliana di costruire rapporti con le potenze asiatiche (in primo luogo l’India, poi la Cina, ma anche il Vietnam ed altri paesi) non è affatto una novità, anzi è una costante della politica di Netanyahu. Con la Cina in particolare furono stabilite relazioni diplomatiche già nel 1992; Ehud Olmert, allora primo ministro visitò il paese nel 2007 e lo stesso Netanyahu fece lo stesso nel 2013 e nel 2017, sempre da primo ministro; nel 2021 ci fu uno scambio ufficiale di telefonate fra il presidente israeliano Herzog e quello cinese Xi Jinping. La Cina è il primo partner commerciale israeliano in Asia, ha investito in numerose aziende israeliane e sembrava sul punto di comprare un grande terminal nel primo porto del paese, Haifa, ma l’accordo fu bloccato da un veto americano, perché la città è anche un porto militare attrezzato per ospitare navi americane. 

     

    Perché la visita fa notizia

    Nonostante questa storia fitta di scambi politici, commerciali e anche di tecnologia militare, la visita di Netanyahu ha destato qualche meraviglia. Ci sono due ragioni per questa sorpresa. La prima è che pochi giorni fa la Cina ha ricevuto onorevolmente Mohamed Abbas, il presidente dell’Autorità Palestinese. Forse qualcuno poteva illudersi che il colosso asiatico fosse diventato anche lo sponsor politico dei palestinesi, o che volesse mediare fra Israele e Autorità Palestinese, come qualche mese fa aveva fatto con successo fra Iran e Arabia. In realtà la politica cinese è estremamente realista, attenta sì a non lasciar cadere la sua immagine di principale paese comunista e dunque internazionalista, vicino alle “lotte” dei “popoli oppressi”, ma in realtà sempre orientata dai rapporti di forza più che dagli schieramenti ideologici. Difficilmente la Cina si impegnerà in un’impresa disperata come le “trattative di pace” fra Israele e Autorità Palestinese, ma manterrà i contatti con entrambi le parti, cercando di ottenere vantaggi politici ed economici. Da Abbas la Cina ha ricevuto una dichiarazione di disinteresse per la terribile repressione degli Uiguri, popolazione musulmana dell’Asia Centrale; con Netanyahu si parlerà probabilmente di temi politici ed economici molto più concreti.

     

    Il problema dell’amministrazione Biden

    La ragione principale che rende la visita cinese di Netanyahu significativa è l’America di Biden. Da un lato ormai è chiaro a tutti che il vero avversario strategico degli Usa non è la Russia di Putin, che nella sciagurata avventura dell’invasione dell’Ucraina ha messo in evidenza la sua debolezza economica, politica e militare, ma la Cina, che sfida in tutto il mondo l’egemonia americana. Anche se Israele è tradizionalmente strettissimo alleato degli Usa, un dialogo ai massimi livelli con la Cina non può non suscitare qualche allarme nell’amministrazione americana. Dall’altro lato, l’amministrazione Biden è ormai su molti terreni lontana da Israele e in particolare dal suo governo di destra. Vi sono state recentemente delle dichiarazioni dell’ambasciatore americano, poi laboriosamente precisate, che sembravano equiparare terroristi e militari di Israele nel difficile scontro in corso in Giudea e Samaria. Nelle ultime settimane si è parlato ripetutamente di un rinnovo “minimalista” da parte degli Usa dell’accordo nucleare con l’Iran, che è il principale nemico di Israele, cosa che Netanyahu ha sempre combattuto. L’amministrazione si è pronunciata contro la riforma giudiziaria e dunque dalla parte dei nemici interni del governo, ed è stata anche accusata di finanziarli; ha deciso di tornare a partecipare ai lavori dell’Unesco, da cui era uscita per solidarietà con Israele; ha condannato molte delle iniziative recenti del governo Netanyahu come la costruzione di case in Giudea e Samaria; ha di nuovo annullato una decisione di Trump pro Israele, vietando ogni finanziamento ad attività israeliane al di là della linea verde, compresa la ricerca scientifica. Ha boicottato clamorosamente in numerose iniziative i ministri di destra come Smotrich e Ben Gvir. Soprattutto ha rifiutato finora per Netanyahu il tradizionale appuntamento che è sempre stato accordato ai primi ministri di Israele nei primi mesi del loro mandato. Anzi per rendere più esplicita la rottura, ha invitato per una visita alla Casa Bianca il presidente Yitzhak Herzog, che nella costituzione di Israele non ha compiti politici, e non Netanyahu.

     

    La risposta di Netanyahu

    Il primo ministro sembra aver ripreso pienamente in mano le redini della politica israeliana, dopo un momento di grave difficoltà in seguito alle violente contestazioni della maggioranza; ha mostrato di essere in grado di decidere il ritmo e i contenuti della riforma giudiziaria, di saper moderare certi estremismi verbali che si erano presentati nella maggioranza, di avere un progetto politico chiaro e di lungo termine. Anche il suo processo, che era una gran carta in mano agli avversari, si rivela ormai chiaramente costruito su elementi fragili, tanto che i giudici del processo hanno convocato le parti qualche giorno fa per invitare la procura a rinunciare ad almeno uno dei tre capi d’accusa, che sembra loro impossibile da dimostrare. L’invito non è stato accolto, ma certamente è emersa una debolezza dell’accusa. Ora Netanyahu, combattivo come sempre, dopo aver dichiarato che Israele non si sentirà legato a nessun accordo americano con l’Iran e che è pronto a difendersi da solo, ha forse giocato la carta cinese per mostrare all’Amministrazione Biden che Israele pensa ai propri interessi anche in campo diplomatico. Bisognerà attendere per vedere se ci saranno reazioni americane e come si svilupperà la conflittualità fra Israele e l’amministrazione Biden la quale, è bene ricordarlo, sta entrando in un anno elettorale molto problematico e incerto.

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