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    Spade di ferro giorno 15. Un vertice “per la pace” senza risultati politici

    Un vertice affollato

    L’evento politico più importante di sabato per il Medio Oriente è stata una “conferenza internazionale per la pace” convocata dal presidente egiziano Al Sisi al Cairo. Tra i leader europei, ha partecipato il Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, Pedro Sanchez, il primo ministro della Spagna che ha la presidenza di turno dell’UE, il premier della Grecia Kyriakos Mitsotakis e quello di Cipro Nikos Christodoulides; per Germania, Francia e Regno Unito, i ministri degli esteri Annalena Baerbock. Catherine Colonna e James Claverly. Fra gli statisti mediorientali c’era anche il leader dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, il re giordano Abdallah, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani, il presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed, e il re del Bahrein, Hamad bin Isa Al Khalifa. Invitati al vertice anche Russia e Cina, rappresentate rispettivamente da vice ministro degli Esteri Mikhail Bogdanov e dall’inviato di Pechino per il Medio Oriente, Zhai Jun. Ridotta invece la presenza degli Stati Uniti, per cui vi era solo dall’incaricato d’affari dell’ambasciata. Presenti invece il premier canadese, Justin Trudeau, il  segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, e l’alto rappresentante per la Politica estera Ue, Josep Borrell. Chi mancava del tutto, non essendo stato invitato, era Israele. Che si possa parlare di pace a Gaza senza neppure cercare di coinvolgere Israele è naturalmente un controsenso, che denuncia il carattere solo propagandistico dell’incontro.

     

    I contenuti dell’incontro

    Il vertice non ha raggiunto una conclusione politica, perché le posizioni dei Paesi presenti sono assai diverse. Ma era inevitabile che con questa composizione degli intervenuti, prevalentemente tratti dal mondo arabo, l’accento sia andato a una retorica molto astratta della “pace subito”, come se fosse possibile oggi fermare le armi e lasciare ancora viva e radicata la presenza militare dei terroristi a Gaza. Al Sisi, che è interessato soprattutto a non avere terroristi di Hamas nel suo territorio e dunque a impedire l’immigrazione da Gaza, senza perdere la faccia di fronte alle piazze arabe, ha aperto i lavori con il suo intervento, affermando che “la soluzione” al conflitto in Medio Oriente “è la proclamazione dello Stato palestinese”. Il leader palestinese Mahmud Abbas ha detto: “Il nostro popolo sta affrontando una offensiva selvaggia da parte dello Stato di Israele, che sta violando la legge internazionale”; il Presidente del Consiglio Ue Charles Michel, ha chiesto “che tutti gli sforzi per la mediazione siano messi in piedi per fermare il conflitto”. Il primo ministro italiano Meloni ha fatto un discorso un po’ diverso, forse il più filo-israeliano del vertice. Ha detto fra l’altro che bisogna “continuare a lavorare per il dialogo” e “capire che siamo tutti sulla stessa barca. La mia idea di quello che è accaduto, per le modalità con cui Hamas ha attaccato Israele, è che la causa palestinese non c’entri assolutamente nulla. Quello che si sta perseguendo è una jihad islamica, è il tentativo di impedire un processo di normalizzazione nel Medio Oriente. Il target di quella aggressione non era semplicemente Israele, ma anche le nazioni arabe che avevano tentato di fare dei passi avanti nella normalizzazione dei rapporti con Israele”. Dopo la fine del vertice Meloni è arrivata in Israele, dove la attende un incontro con Netanyahu.

     

    La situazione sul terreno

    Sono continuate le incursioni mirate dell’aeronautica israeliana, che fra l’altro hanno eliminato due notevoli dirigenti terroristi, Talal al-Hindi, un comandante  militare dell’organizzazione terroristica di Hamas, e un del suo ufficio politico, Osama Al-Muzaini Abu Hammam. Molte fortificazioni, centri comando, sospette imboccature di tunnel sono state bersagliate. L’aviazione sta cioè facendo tutto quello che può per facilitare il futuro compito delle forze di terra, pur nei limiti imposti dalla presenza di civili. I terroristi, come è noto, si annidano sotto ospedali, scuole, moschee, quartieri fittamente abitati. Sono continuati anche gli scontri nel nord con Hezbollah, sempre nei limiti degli incidenti di frontiera, anche se Israele ha realizzato i più pesanti bombardamenti dall’inizio della guerra. È degno di nota il fatto che il terrorismo non sia davvero esploso nelle città di Giudea e Samaria, anche grazie agli interventi molto decisi delle forze di sicurezza. Ancora più importante è che il fronte interno sia sostanzialmente calmo, cioè che la popolazione arabo-israeliana non si sia impegnata in manifestazioni violente e nei pogrom che si erano visti quattro anni fa, in occasione dell’ultima operazione contro i terroristi di Gaza.

     

    Le iniziative umanitarie

    Dei circa 210 rapiti che i terroristi di Gaza detengono, Hamas ieri ne ha liberato due, una madre e una figlia di nazionalità americana, Judith Tai Raanan e sua figlia Natalie Raanan, 18 anni. Sembra che la liberazione sia avvenuta su pressione dell’amministrazione americana sull’emiro del Qatar, alleato dell’Iran, che ha influenza su Hamas, avendola largamente finanziata e ospitando i suoi leader che si tengono prudenzialmente all’estero. Ma si tratta in sostanza di un’operazione propagandistica. Un’altra notizia “umanitaria” è stata la riapertura momentanea del posto di confine di Rafah fra Gaza e l’Egitto, che ha consentito il passaggio di venti grossi camion con carichi di cibo e medicinali. Bisogna dire che Israele ha documentato che non esiste al momento una crisi alimentare o sanitaria a Gaza e che il ristabilimento dei rifornimenti, in particolare di carburante, è invece una necessità importante per gli impianti terroristici nelle gallerie, che sono alimentati con generatori. Con Biden c’è stato un compromesso, molto ragionevole dal punto di vista di Israele, per una spedizione limitata fatta di soli generi alimentari e sanitari. Sarà impopolare, ma Israele dovrà resistere anche a queste pressioni. Ogni rifornimento a Gaza prolunga la guerra e la rende più aspra.

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