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    Spade di ferro – Giorno 18: l’Onu contro Israele e il carburante

    Antisemitismo

    Dopo lo shock della
    strage terroristica del 7 ottobre, Israele e il mondo ebraico ne hanno ricevuto
    un altro, più lento e progressivo, ma altrettanto micidiale: l’emergere
    dell’antisemitismo nel mondo occidentale, ancor più che nel mondo musulmano,
    dove esso si è manifestato in maniera meno esplosiva di quel che si potesse
    temere. In Europa e negli Stati Uniti invece, vi è stata la sorpresa di un
    atteggiamento generale molto diverso da quel che si credeva. Vi sono stati
    cortei assai più numerosi in favore con gli assassini di Hamas (sotto il
    fragile velo della solidarietà con il popolo palestinese) di quanto fossero le
    manifestazioni per Israele, e spesso questi cortei erano animati da slogan
    minacciosi contro gli ebrei, immagini oltraggiose come quella di Anna Frank con
    la kefiah araba, cartelli che richiamavano il nazismo. Ma vi sono state, in
    realtà più da parte di giornalisti e “intellettuali” che di politici
    responsabili, espressioni di “comprensione” per il terrorismo, “distinzioni”
    delle responsabilità, o come si espresse a suo tempo Massimo d’Alema
    “equivicinanza” agli aggrediti e agli aggressori, alle vittime e agli
    assassini. Vi sono stati nei giorni scorsi anche atti di violenza, come le
    bombe molotov contro una sinagoga di Berlino o l’assassinio della presidente di
    una sinagoga di Detroit negli Usa. Tutto questo ha naturalmente molto allarmato
    gli ebrei europei e americani (almeno quella maggioranza, ma purtroppo non
    totalità fra loro, che in Usa si è schierata apertamente dalla parte di Israele),
    provocando un senso di insicurezza non solo sullo schieramento di diversi
    stati, ma anche sulle condizioni della vita delle comunità ebraiche,
    direttamente chiamate in causa dai sostenitori del terrorismo, Naturalmente non
    sono mancati atti di solidarietà diffusi ed importanti, ma la preoccupazione
    resta.

    Guterres

    Il pulpito più alto
    da cui sono usciti dei discorsi di comprensione per i terroristi, e dunque di
    ostilità a Israele e agli ebrei è la segreteria delle Nazioni Unite,
    un’organizzazione del resto che è dominata da discorsi antisionisti almeno da
    mezzo secolo, con il culmine in quella risoluzione 3379 del 10 novembre 1975,
    in cui l’assemblea generale dell’Onu dichiarava a maggioranza che il sionismo è
    una forma di razzismo, salvo rimangiarsela qualche anno dopo, con un’altra
    risoluzione del 1991. Il lavoro di agenzie dell’Onu come l’Unesco per la
    cultura, la commissione per i diritti umani, l’UNRWA che si occupa
    esclusivamente dei “rifugiati palestinesi” e della stessa assemblea generale,
    si è spesso concentrato sulla condanna di Israele. Ma nessuno si aspettava che
    lo stesso segretario generale della Nazioni Unite, il socialista portoghese
    Antonio Guterres, osasse dichiarare che il massacro di Hamas “non nasce dal
    nulla”, è “il frutto di una lunga occupazione particolarmente opprimente” e che
    dunque in sostanza sì, è un atto non proprio raccomandabile, ma bisogna
    comprenderlo. Naturalmente Gaza non è affatto occupata, gli ultimi israeliani
    ne sono usciti quasi vent’anni fa e anche in Giudea e Samaria i palestinesi che
    vivono sotto la giurisdizione militare israeliana nei territori contesi sono
    decisamente pochi, perché oltre il novanta per cento circa è amministrato
    dall’Autorità Palestinese. Ma questo non interessa alla burocrazia dell’Onu,
    che ha sposato il punto di vista palestinista e in maniera più o meno scoperta
    vede il terrorismo alla stessa maniera dell’Iran o degli stessi terroristi,
    come “lotta di liberazione nazionale”, che certamente può commettere degli
    errori, ma la cui responsabilità è comunque “dell’occupante”. Il ministro degli
    Esteri di Israele Cohen ha chiesto le dimissioni di Guterres e ha annunciato il
    suo boicottaggio; ma è improbabile che questa richiesta sia accolta.

    Sul terreno

    Israele continua la
    sua attività di questa fase, martellando con l’aviazione istallazioni e
    responsabili del terrorismo a Gaza e difendendosi con attento senso della
    misura al Nord. Oltre al fronte libanese, dove ci sono stati molti scambi di
    colpi con diversi miliziani di Hezbollah colpiti, è tornata attiva anche la
    frontiera nord-orientale con la Siria, con scambi di razzi e colpi di
    artiglieria e parecchi soldati siriani eliminati. L’impressione è che questi
    combattimenti limitati servano soprattutto al fronte filoterrorista guidato
    dall’Iran per creare una minaccia che dovrebbe impedire l’operazione di terra:
    se vi muovete a Gaza, sembra essere il messaggio, sappiate che abbiamo le forze
    per colpirvi al Nord. Come Israele gestirà questa minaccia, lo si potrà vedere
    solo dai fatti.

    Il carburante per
    Gaza

    Per quanto riguarda
    la striscia, il braccio di ferro politico e diplomatico è soprattutto sul
    carburante. Hamas ha ottenuto, grazie all’influenza americana sul governo
    israeliano, che il blocco dei rifornimenti fosse interrotto e che ogni giorno
    dal valico di Rafah con l’Egitto passassero degli aiuti che consisterebbero in
    generi alimentari e medicinali. I responsabili israeliani hanno detto di essere
    in grado controllarli per impedire che in questa maniera passino rifornimenti
    militari.  Ma ora Hamas vuole il
    carburante, indispensabile per far funzionare i generatori che danno luce ed
    energia per le comunicazioni, le pompe e le altre macchine che servono a tenere
    operativa la sua rete di tunnel d’assalto – ma che è necessario anche per
    garantire l’operatività di istituzioni civili come gli ospedali e gli impianti
    di panificazione. L’esercito israeliano ha documentato che Hamas mantiene
    ancora larghe scorte di carburante, circa mezzo milione di litri, che
    potrebbero soddisfare le esigenze degli impianti civili per diverse settimane;
    ma si rifiuta di usarle per il benessere della popolazione e le riserva ai suoi
    scopi militari. Per questo ha iniziato una campagna “di emergenza” per chiedere
    l’arrivo di nuovo carburante e ha condizionato ad esso la liberazione di
    cinquanta nuovi ostaggi, di cui si parla da tempo. Israele rifiuta, è in corso
    un braccio di ferro che coinvolge anche diversi stati e organizzazioni
    internazionali. Per ora il blocco regge, si vedrà nei prossimi giorni se
    Israele potrà mantenerlo.

     

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