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    Commento alla Torà. Parashà di Waigàsh: Gerusalemme sarà chiamata la città della verità

    In questa parashà
    Yosef finalmente si rivela ai fratelli. Yosef dice loro che è cruciale che la
    famiglia si trasferisca in Egitto perché “Già da due anni c’è carestia nel
    paese e per altri cinque anni non ci sarà aratura né mietitura” (Bereshìt, 45:6). I fratelli “partirono
    dall’Egitto e arrivarono in terra di Canaan dal loro padre Ya’akov. Gli
    parlarono dicendo che Yosef era ancora vivo e che governava su tutta la terra
    d’Egitto, me egli rimase insensibile perché non credeva a loro (Ibid., 25-26)”.

                    Nel
    trentesimo capitolo del trattato Avòt
    de-Rabbi Natan, che per certi aspetti è parallelo al trattato di Avòt (Massime dei padri) viene citato r.
    Shim’on che dice: Anche quando un bugiardo dice la verità nessuno gli crede; è
    questa è la sua punizione. Questo avvenne ai figli di Ya’akov che avevano
    ingannato il padre. All’inizio egli credette a quello che dissero, come è
    detto: “[I fratelli] presero la tunica di Yosef. Poi scannarono un capretto e
    intinsero la tunica nel sangue […] [Ya’akov] la riconobbe e disse: è la
    tunica di mio figlio; è stato sbranato da una bestia feroce (Bereshìt, 37:31-33). Ma alla fine anche
    se gli dissero la verità non credette a loro”.

                    R. Barùkh Halevi Epstein (Belarus,
    1860-1941) in Torà Temimà (p. 437)
    commenta che anche se alla fine Ya’akov credette a quello che i figli gli
    avevano detto questo fu solo per le prove che portarono come i carri mandati su
    ordine del faraone e il segno che Yosef stesso aveva mandato a suo padre
    ricordandogli l’argomento della loro ultima conversazione.

                    R. Ya’akov Farbstein in Aholè Ya’akov (p. 741) spiega che quando
    i fratelli dissero al padre che Yosef era vivo era diventato evidente che
    quando gli avevano detto che Yosef era stato sbranato da una bestia feroce non
    avevano detto la verità. I fratelli avevano perso credibilità perché o la prima
    o la seconda notizia che gli avevano dato doveva essere falsa.

                    R. Moshè Chayim Luzzatto (Padova,
    1707-1746, Acco) nell’undicesimo capitolo di Messillàt Yesharìm tratta l’argomento della menzogna e scrive: la
    menzogna è una malattia molto diffusa tra gli esseri umani. Vi sono vari
    livelli. Ci sono persone bugiarde di mestiere che vanno in giro inventando
    storie che non hanno assolutamente nessuna base, solo allo scopo di conversare
    con la gente o di fare credere che sono sapienti e hanno grandi conoscenze.
    Riguardo a costoro [nei Proverbi, 12:22) è detto: “Per l’Eterno le labbra
    menzognere sono un abominio”. E già i Maestri affermarono che vi sono quattro
    gruppi di persone che non ricevono la Presenza Divina e uno di questi è il
    gruppo dei bugiardi (Talmud babilonese, Sotà,
    42a). Poi, vi sono altri il cui livello è vicino a quelli sopraccitati anche se
    non sono proprio come il precedente; sono coloro che quando parlano e
    raccontano inseriscono delle cose false. Non che facciano di questo un mestiere
    inventando racconti e fatti mai accaduti, ma quando raccontano qualcosa vi
    mischiano delle bugie da loro inventate. Si abituano a fare così fino a quando
    questo comportamento diventa per loro naturale. Questi sono i raccontatori di
    fandonie ai quali non si può prestare fede dei quali parlano i Maestri nel
    trattato talmudico Sanhedrin (89b)
    quando dicono che la punizione di chi racconta fandonie è che anche quando
    racconta la verità non gli si crede. Il motivo di tutto questo è che costoro
    hanno assorbito questo pessimo tratto di carattere al punto tale che non sono
    più capaci di parlare senza dire qualche falsità. Questo è proprio quello che
    descrive il profeta Yirmiyà (Geremia, 9:4) quando afferma “Esercitano la loro
    lingua a mentire, si affannano a fare del male”.

                    E
    infine, conclude R. Luzzatto, ce ne sono altri la cui malattia è inferiore a
    quella dei precedenti. Sono coloro che non hanno il vizio fisso della menzogna
    ma che non stanno attenti ad allontanarsene, e se capita l’occasione ne
    raccontano. Molto spesso lo fanno per celia o in modo simile senza malizia. E
    in verità il saggio [re Salomone] ci ha fatto sapere che tutto ciò va contro la
    volontà del Creatore benedetto e la Sua benevolenza, quando scrisse: “Il giusto
    odia le mendacità” (Proverbi, 13:5). E per questo [nella Torà} vi è
    l’avvertimento  “Allontanati dalle
    mendacità (Shemòt, 23:7) […].  E il [profeta] Tzefanià (3:13) disse: “I
    superstiti d’Israele non commetteranno iniquità, non diranno menzogne, né si
    troverà nella loro bocca lingua ingannatrice”[…]. “E Gerusalemme sarà chiamata la città della verità” (Zekharià, 8:3). 

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