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    Il tempo di Sanremo

    Che forma
    ha il tempo? Una linea o un cerchio, tempo circolare o tempo lineare, tempo
    ebraico o tempo greco? E che tempo è quello del festival di Sanremo? Una lunga
    linea musicale, un lungo spettacolo, una serie di punti lineari, scandali ed eventi
    che ci accompagnano dal 1951 fino ad oggi? Una linea nella quale Blanco è solo
    un punto in più che fa finta di sconvolgerci facendo il cretino da copione con
    i fiori? Una linea sulla quale è poggiato in bilico, tra mille smentite, il
    bicchiere d’acqua che è volato in un litigio dietro le quinte tra Anna Oxa e
    Madame? Una linea nella quale cadono ordinate le lacrime di Drusilla che
    ricorda le donne, la vita e la libertà negate in Iran? O forse il tempo di
    Sanremo è un cerchio che si stringe intorno al vestito della Ferragni che legge
    una lettera a se stessa bambina o un cerchio dal quale nessuna belva può
    uscire, manco le belve domate dalla Fagnani?

    In realtà
    il tempo di Sanremo non è né cerchio, né linea, né abbraccio intorno ad un
    vestito dipinto, finto simbolo di libertà, né linea che segna la dichiarazione
    di libertà di una donna che in Iran sarebbe non esistenza, non vita, non
    diritto ad esistere. Il tempo di Sanremo è tempo a spirale. È cerchio in
    movimento, crescita che apparentemente gira su stessa, tempo che si ripete ma
    che non tocca mai gli stessi punti. Come un calendario, come il tempo ebraico
    delle festività che sembrano ritornare su stesse, ma che sono in realtà momenti
    di rinnovamento, passi che non calpestano mai le proprie orme, ritorni che sono
    novità.

    Questo
    Sanremo più che mai ricorda il tempo di un rito fedele a se stesso, ma
    assolutamente nuovo e in costante movimento di cambio. Come un seder di Pesach:
    rituale che compie i suoi tremila anni di storia, che si ripete nelle nostre
    case secondo gesti codificati che pur essendo antichi ed eterni, sono diversi e
    moderni ogni anno.

    Questo
    Sanremo è il tempo del ritorno al nuovo, un ossimoro potente. Il ritorno al
    nuovo di Giorgia dopo 22 anni di assenza: la certezza artistica di una novità
    antica. Questo Sanremo è il tempo del ritorno degli Articolo 31: maturamente
    trasgressivi, non rispondono più: “Che cazzo hai detto?” con un rutto, come nel
    1993, ma ammettono di essere stati nemici, lontani, ma di essere ancora uniti. Questo
    è il Sanremo di Paola e Chiara, che mature ballano circondate da ballerini come
    quando giovani bailavan esta vida loca,
    che tanto loca lo è ancora. Questo Sanremo è il tempo del ritorno di elementi
    che insieme non sono mai stati e che sorprendono per la loro irrompente novità
    antica come le piramidi di Giza che sono più di 4500 anni che caratterizzano il
    panorama del mondo intero: Al Bano, Gianni Morandi, Massimo Ranieri. Tre
    piramidi della canzone italiana che caratterizzano migliaia di chilometri di
    famiglie italiane che con i ritornelli di “Felicità”, “In ginocchio da te” e
    “Perdere l’amore” sono concretamente portati a ripensare a momenti specifici
    della propria vita privata, della vita pubblica del nostro Paese e non possono
    non cantare nella loro testa ogni parola di quei ritornelli con un bicchiere di
    vino con un panino perché l’altra non è, non è niente per me e adesso andate
    via voglio restare solo.

    Questo è il
    Sanremo più nuovo degli ultimi anni, perché è il più impregnato di tradizione e
    di ritorni di volti e voci certe e connesse alla tradizione della musica
    italiana degli ultimi sessant’anni. Perché la tradizione resta il luogo più
    rivoluzionario di ogni cultura, perché attingere alla tradizione vuol dire
    creare spazi di cambiamenti duraturi che sono impregnati di ricordi,
    consapevolezza e radici.

    Il nuovo è
    tale solo se sa essere foriero di antico. Solo se sa camminare sui passi di
    ieri senza copiarli, ma rinnovandoli. E questo è il Sanremo che cammina sui
    propri passi antichi e non gira su se stesso, non ripete un copione, ma in
    realtà cresce, forse a volte decresce, perde equilibri, ma non è mai fermo.

    Questo
    Sanremo che ha la forma del tempo di una spirale rappresenta il simbolo della
    spirale della nostra vita, la colonna sonora stessa delle nostre vite. Ognuno
    di noi ha una musica che si ripete ogni anno, in luoghi specifici e che lo
    porta a momenti altrettanto specifici del proprio tempo a spirale: la Neilà di un
    Kippur in un tempio specifico, il canto del Seder a casa di nonna, la musica
    nella radio sulla spiaggia di Tel Aviv, l’HaTikva cantato a scuola. Musiche,
    apparentemente, sempre uguali a se stesse, in realtà diversissime e nuove
    proprio perché antiche.

    Il Sanremo
    che non si è rinnovato è quello che non ha attinto dalla sua storia: il Sanremo
    del femminismo della Ferragni travestito da lettera ad una fanciullina che pare
    strizzare l’occhio a Pascoli, ma invece restava solo strizzata in un vestito
    noiosamente trasgressivo. Il Sanremo che non si è rinnovato è quello di Blanco
    che forse ha recitato un copione scontato o forse ha scontato il proprio prezzo
    per recitare un copione. Il Sanremo di una lite smentita, di un po’ d’acqua lanciata
    tra Anna Oxa e Madame, con l’accusa di essere o non essere vaccinata. Ma non
    importa: anche l’ovvio e il banale trovano spazio nella spirale di un tempo
    antico che si rinnova. Perché Sanremo è Sanremo, un gesto ripetuto con
    rinnovata energia, come Pesach è Pesach, Kippur è Kippur: momenti di un tempo a
    spirale che anticamente ci spingono al rinnovamento di noi stessi. Perché
    Sanremo è Z’man Zemirotenu, il tempo delle nostre zemirot, che non sono proprio
    canzoni, sono inni domestici e collettivi di identità.

     

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