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    Evola, Celine e gli altri: cancellarli non serve, ma ignorarli e dimenticarli è necessario

    Non intendo qui avventurarmi sul terreno scivoloso di una polemica, appena iniziata e tuttora in corso, che vede impegnati nomi importanti della cultura e della comunicazione. Mi riferisco alla rilevanza mediatica guadagnata da una mostra dei dipinti di Giulio Cesare Andrea Evola (ovvero Julius Evola, 1898-1974), padre di quel cosiddetto “razzismo spirituale” che poi di fatto costituì il contributo ideologico italiano all’ antisemitismo genocidario del secolo passato. Dunque è forse arrivato il momento nel quale rischiamo la resa all’impressione che praticare e invocare la terapia della memoria risulti sostanzialmente inutile? E allora come combattere l’odio antiebraico e tutte le forme di razzismo contemporanee?

     

    Ricordare il passato ha contribuito talvolta non solo al negazionismo, ma anche alla sotterranea riabilitazione di ciò che di peggio ha saputo produrre la specie umana. Fino a far emergere un fiume in piena. Infatti si è anche voluto sostenere, proprio quando ha avuto inizio la spaventevole guerra di Putin, che nelle democrazie non dovremmo e non possiamo cancellare Ferdinand Celine ed Ezra Pound per la loro adesione alle idee e alla politica dei regimi nazifascisti. A Roma diciamo che si tratta di un menù da cattivi cuochi che mischiano in cucina i ceci con i fagioli.  Infatti con il pretesto di satireggiare la messa al bando che aveva colpito grandi scrittori russi e qualche direttore d’orchestra, venivano invece distrutti fondamentali argini di contenimento. E allora forse necessariamente Louis-Ferrdinand Auguste Destouches, meglio conosciuto come Louis-Ferdinand Celine (1894-1961), riesce a tornare sulle copertine con l’irresistibile e fotografica visibilità dell’alta uniforme francese –nel 1914- di corazziere a cavallo, grazie al rinvenimento di 6.000 pagine inedite. Ai ricordi celiniani dei viaggi al termine della notte (così definiti dallo scrittore) già si era recentemente intitolata l’edizione di un premio di giornalismo d’inchiesta, certo con le migliori intenzioni per la difesa dell’informazione libera e democratica.

     

    Per dovere di chiarezza nei confronti di chi legge occorre spiegare che la serie di nomi che verranno citati non implica si dia come scontata la conoscenza di fatti molto particolari e molto specifici per la cultura del Novecento. Internet consente di trovare in pochi secondi tutte le informazioni necessarie. La prima considerazione da proporre è tuttavia molto semplice. Viviamo nell’epoca della cosiddetta “cancel culture”, una delle più sciocche manifestazioni di intolleranza che il conformismo di sinistra, soprattutto anglosassone, sia riuscito a produrre. Auspicare l’oblio per scrittori, intellettuali, artisti che furono conniventi con Hitler e Mussolini non è cancel culture, cioè cultura della rimozione di quanto fu un tempo prodotto in altri contesti ed altre situazioni. La Vocazione di Matteo di Caravaggio e la Madonna della melagrana di Botticelli nulla hanno a che vedere con le intolleranze religiose del cristianesimo di alcuni secoli fa. E in ogni caso, ad evitare sovrapposizione e confusione di luoghi e tempi, resta decisiva la realtà degli eventi.

     

    L’ideologia hitleriana e le sue conseguenze hanno mutato per sempre in Occidente il corso della storia. Dopo la Shoah è inutile ripetersi stancamente che il Mercante di Venezia è un capolavoro. Non lo fu al tempo di Shakespeare, e non lo è adesso. Di Amleto e di Jago la letteratura, e il mondo, non possono fare a meno. Però Shylock non va cancellato: basta semplicemente dimenticarlo, e non riproporne mai più sulle scene il carico di istigazione all’odio antiebraico. Ciò vale a maggior ragione per Celine dopo le Bagatelle per un massacro, per Essere e Tempo di Martin Heidegger e dei suoi Quaderni neri, per le dottrine giuridiche di Carl Schmitt. Mandanti dei crimini nazisti, che non si sporcarono le mani e comunque mai avrebbero strappato un capello al vicino di casa ebreo. Letteratura, filosofia e diritto possono tranquillamente privarsene. Hitler fu pittore di qualche talento, e un suo autoritratto del 1913 lo dimostra vicino al migliore espressionismo tedesco. Mein Kampf rivelò sicuramente capacità grandi di scrittore. Non viviamo fortunatamente nel mondo descritto dal genio delle distopie Philip K. Dick, il mondo nel quale i nazisti hanno vinto la guerra. Ciò che è ignobile e detestabile –per definizione senza se e senza ma– va dimenticato.

     

    Ci sono ovviamente casi complessi, che inducono a molte riflessioni. La Gestapo e le SS furono specialisti in vendette trasversali. Ernst Junger ha lasciato alla letteratura tedesca tre capolavori. Della Germania nazista fu certamente, prima del 1939, l’ideologo più consapevole. Ma detestava la rozzezza della burocrazia nazionalsocialista e si rese conto che Kniebolo (soprannome affibbiato a Hitler nei diari di guerra) avrebbe portato la Germania alla rovina. Lo denunciarono come ufficiale della Wehrmacht informato in precedenza sull’attentato del 20 luglio 1944. La rappresaglia spietata si abbattè su 3.500 uomini, tra i quali Erwin Planck, figlio del fisico Max Planck. Si racconta che le SS chiesero a Hitler l’arresto di Junger, e la risposta sarebbe stata “Junger non si tocca, è il migliore di noi”. I nazisti erano specialisti in vendette trasversali. Ernstel, il figlio maggiore dello scrittore combatteva in Italia. Si era compromesso per giudizi negativi sul regime, in chiacchiere di caserma. Ci fu delazione, e il ragazzo appena diciottenne fu assegnato a un battaglione di disciplina. Condanna a morte differita, e infatti restò ucciso in prima linea alla fine di novembre del 1944.

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