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    Henry Kissinger e i suoi cent’anni

    Il più influente dei consiglieri politici

    Nato il 27 maggio 1923 a Fürth in Baviera, Henry Kissinger ha appena compiuto cent’anni. È certamente uno degli ebrei più famosi del mondo; grande politologo, consigliere di diversi presidenti degli Stati Uniti, segretario di Stato, responsabile di alcune grandi decisioni che hanno dato forma al mondo contemporaneo: l’apertura che sottrasse la Cina all’isolamento, il dialogo con l’Unione Sovietica, la fine della guerra del Vietnam, l’intervento americano in Sudamerica per bloccare la deriva castrista, anche a costo di appoggiare dittature militari. Anche se ha lasciato gli incarichi pubblici nel 1977, Kissinger ha continuato ad essere fra i pensatori politici più influenti, molto ascoltato e anche molto odiato a sinistra. Anche le sue ultime esternazioni sulla guerra in Ucraina, prima a favore di un compromesso e poi sull’inevitabilità dell’adesione ucraina alla Nato, sono state ascoltate con attenzione e hanno suscitato ampli dibattiti.

     

    La teoria dell’equilibrio

    L’influenza di Kissinger non si deve solo alla sua competenza storica, che si focalizza soprattutto su studi dell’Ottocento europeo, ma a una vocazione chiara e coerente al realismo politico. Contro ogni impostazione ideologica, Kissinger crede che gli stati debbano badare al loro interesse economico e geopolitico e che questo interesse si eserciti al meglio quando punta alla costruzione di equilibri stabili in cui i conflitti sono negoziati con vantaggio reciproco. È la teoria dell’equilibrio, per cui nessun attore rilevante deve essere tenuto fuori dal gioco e nessuno deve credere di poter o dover raggiungere un predominio assoluto o una situazione di totale giustizia, perché atteggiamenti del genere hanno risultati disastrosi. Al contrario, il “concerto” delle potenze, i compromessi reciproci, l’accettazione di situazioni positive anche se non “ideali” possono portare alla pace e allo sviluppo. E soprattutto consentono di conservare la situazione esistente. È la formula che ha spinto Kissinger a consigliare a Nixon e successori il disgelo con la Cina, le trattative con l’Urss, perfino il ritiro dal Vietnam, cioè l’accettazione della sconfitta in una guerra impossibile. Gli interessi vengono prima degli ideali, ha sempre pensato Kissinger e questo perché sono negoziabili, perché ci si può sempre incontrare a metà strada. È una posizione che a molti appare cinica, indifferente ai diritti umani, conservatrice e solo difensiva, ma che certamente se presa lucidamente ottiene risultati.

     

    Le origini del pensiero

    Questo pensiero politico (e la pratica conseguente) sono evidentemente legati all’esperienza personale di Kissinger, che fu testimone a dieci anni di età della presa del potere del nazismo in Germania, riuscì a fuggirne nel ‘38 quando ne aveva quindici, prima in Gran Bretagna e poi negli Usa, visse un’adolescenza povera, si arruolò nel ‘43 nell’esercito americano come soldato semplice, riuscì a frequentare l’università fino al dottorato a Harvard nel 1954 grazie alle borse di studio concesse agli ex combattenti; insomma conobbe di persona i mali dell’ideologia. Il periodo della sua formazione universitaria è quello della guerra fredda con l’Unione Sovietica. Da queste esperienze viene fuori un punto di vista che privilegia gli Stati ai movimenti politici e culturali e che si sforza di conservare l’equilibrio fra loro, sempre minacciato da forze fuori controllo. Kissinger ha sempre ragionato a partire dalle istituzioni politiche organizzate e aveva poca attenzione e pochissima simpatia per gli attori politici extrastatali, comprese le culture, le fedi, i movimenti spontanei, con cui oggi siamo costretti a fare i conti.

     

    I rapporti con Israele

    Nel suo pensiero, per assicurare la pace del mondo, era innanzitutto necessario garantire l’egemonia degli Usa. Per questo, oltre che per lealtà verso il paese di accoglienza, Kissinger dichiarava di sentirsi “innanzitutto americano, poi segretario di Stato e infine ebreo” (e si racconta che Golda Meir una volta gli rispose ironicamente che in Israele si legge da destra a sinistra….). Dunque la simpatia per Israele doveva essere sempre subordinata nel suo calcolo politico agli interessi americani. Lo si vide molto bene durante la guerra del Kippur, quando l’Europa era schierata contro lo stato ebraico (per non parlare dell’Urss e del “terzo mondo”) e Kissinger, a quanto pare (ma lui l’ha poi negato), prese tempo a mandare i necessari rifornimenti d’armi allo Stato ebraico in difficoltà, per poter dettare la condizioni dell’appoggio americano. Fu comunque il segretario di stato americano a decidere le regole del gioco e a far retrocedere Israele sui confini attuali, nel Golan e nel Sinai, applicando anche in questo caso il suo metodo di diplomazia itinerante e intensiva. 

     

    Un grande intellettuale

    Insomma Kissinger è un teorico politico importante, i suoi libri sono illuminanti, le sue parole ancora lucidissime. Ma, anche senza voler dare un giudizio morale sulla sua azione, è chiaro che il mondo attuale si è mosso in direzioni più incerte e confuse, che le ideologie e le religioni pesano ancora molto di più di quanto egli calcolasse, che la razionalità politica che predicava e praticava è oggi un bene raro, come mostrano i conflitti in corso.

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