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    Auguri a Rav Alberto Funaro: un grande maestro per gli ebrei romani

    Della famiglia di Rav Abramo Alberto Funaro, di cui oggi festeggiamo il settantesimo compleanno, troviamo tracce in molti censimenti dell’Era del ghetto (1555-1870). Ad esempio sappiamo che frequentavano la Scola Tempio, che la tradizione indica come la sinagoga frequentata dagli ebrei di più antica presenza a Roma. Tra l’altro, dai documenti emerge che un certo Samuel Funaro, nato nel 1769, nel 1816 viveva in Via del Pancotto n.93, una stradina che confluiva nella via della Fiumara, nell’allora ghetto di Roma (un’area completamente demolita con i piani regolatori della capitale) e che di mestiere faceva il cappellaio. Questi aveva avuto molti figli da Sara Anticoli e tra questi vi era Abramo, nato il 17 luglio del 1808, il quale, nel censimento del 1868, risulta “fazzolettaro girovago” e sposato con Rosa Spizzichino, cucitrice. Tra i vari figli della coppia vi era Giacobbe, nato il 30 giugno 1835, sposato con Ester Amati. Anche Giacobbe era un “fazzolettaro girovago”, così come la moglie esercitava il mestiere di cucitrice. Ester e Giacobbe ebbero una prole numerosa e tra i figli vi era Lazzaro (detto “Papariello”), nato il 26 aprile del 1877, che nella Dichiarazione di appartenenza alla razza ebraica, della fine degli anni Trenta del Novecento, risulta domiciliato in via del Portico d’Ottavia n. 13. Era il nonno di Rav Abramo Alberto Funaro.

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    Racconta il Rav: “Per prima cosa mi preme sottolineare che, per volontà di mio nonno, eredito il nome di mio zio ucciso alle Fosse Ardeatine. La mia era una famiglia che viveva in condizioni disagiate da molti punti vista. Mio padre, Prospero, nato il 2 ottobre 1910, aveva sette fratelli, tutti precocemente deceduti. Dopo la guerra rimase solo con il padre, Lazzaro, non vedente, e con mia nonna, Allegra Di Veroli, che non poteva deambulare e per spostarsi utilizzava una sedia a rotelle. Quest’ultima apparteneva ad una famiglia colpita durante dalle deportazioni di molti dei suoi membri. Per tutte queste sventure avevo soprannominato mio padre, non a caso, ‘Giobbe’. Perse anche una figlia di soli sedici anni”.

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    “Lazzaro fu accolto nella casa di riposo sita sull’Isola Tiberina, cha annoverava tra i suoi rabbini di riferimento Alfredo Ravenna. Egli fu il Maestro che mi iniziò al canto liturgico ebraico.

    Mio padre era di stretta osservanza religiosa, fenomeno raro in una fase storica di forte laicizzazione della comunità ebraica di Roma. La sua vicinanza a rabbini come Morè Nello Pavoncello e anche con il Rabbino capo Elio Toaff mi offrì la possibilità, agli inizi anni Sessanta, di studiare al Collegio Rabbinico. Qui ebbe inizio il percorso che mi ha portato alla nomina di rabbino, grazie alla quale ho potuto esercitare il ruolo d’insegnate nella scuola ebraica e per il Diploma Universitario Triennale in Cultura Ebraica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Esercito da anni il ruolo di hazan (cantore) in molte sinagoghe di Roma. Tuttavia, il luogo di culto che mi resta nel più profondo del cuore è “Scoletta”, il Tempio spagnolo, da sempre punto di riferimento della mia famiglia.

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    “Anche nel ruolo di direttore dell’Ufficio Rabbinico (2001-2010) ho visto cambiare enormemente la comunità romana in senso positivo, grazie alla forte crescita culturale e dell’osservanza delle mitzvot (precetti religiosi). Tali felici passaggi sono dovuti anche all’arrivo degli ebrei dalla Libia (1967-1970), tra i quali vi era mia moglie, Rita Jonas, che mi ha dato due figli: Ariel e Daniel.

    Purtroppo, devo registrare un eccesso di antagonismo tra le varie componenti “politiche” della nostra collettività; diversamente, dovremmo dimostrarci più uniti, soprattutto nel sostegno allo Stato d’Israele.

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    Come mi vedo in prospettiva? Per altri settant’anni a fare il morè (maestro).

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