Skip to main content

Ultimo numero Marzo-Aprile 2024

Scarica il Lunario 5784

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati

    Un limmud per ricordare il morè Moshè Mario Piazza o Sed

    A
    quarant’anni dalla scomparsa del morè Moshè Mario Piazza o Sed, i suoi allievi
    si sono riuniti al tempio di Via Balbo, l’oratorio Di Castro, per celebrarne il
    ricordo. Dopo la preghiera pomeridiana di Minchà, condotta dal maskil David
    Sessa, è iniziato un limmud caratterizzato da affettuosi ricordi personali,
    aneddoti e brevi lezioni di Torah. Una serata che i presenti hanno definito
    “sentita e doverosa” nei confronti di una figura che ha saputo essere un
    maestro per tutti.

    “Non ho
    potuto conoscerlo, ma posso percepire i valori che impartiva e il suo grande
    cuore nelle parole dei suoi allievi – ha sottolineato la presidente della
    Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello, che ha portato il proprio saluto – Rimane
    un esempio e un modello a cui doversi ispirare”.

    Il morè
    Moshé non è stato solo un punto di riferimento come maestro, ma una persona di
    famiglia. Rimasto orfano da bambino, era circondato dall’affetto di un’intera
    comunità a cui era profondamente legato. Era un rabbino ascoltato e stimato,
    tanto da essere citato in un’edizione contemporanea del Talmud, datata 1980. A
    caratterizzare il suo profilo anche un grande amore per Israele, per cui andò a
    combattere durante la guerra di indipendenza nel 1948, tornandone ferito.

    “Si dice che
    quando una persona ha dei figli è come se non morisse mai. Ma nell’ebraismo i
    figli non sono solo quelli biologici, perché chi insegna Torah è anche un padre
    per i propri allievi, con i quali il morè Moshè aveva un rapporto famigliare –
    ha spiegato la morà Anna Arbib Colombo nel suo intervento – Nell’ebraismo i
    giusti sono considerati vivi anche se sono morti, e la sua memoria è ancora
    viva”.

    Tutti lo
    ricordano con grande affetto, soprattutto per la sua capacità di empatizzare
    col prossimo, favorita da una straordinaria capacità di ascolto. Semi
    Pavoncello ricorda che “al tempio c’erano file intere di persone che gli
    prestavano attenzione. Veniva e ci dava una scafetta – una pacca – scherzando
    con noi. Mi è rimasto impresso che una volta si arrabbiò perché lo chiamarono
    professore: lui era un morè, perché insegnava nella scuola e nella vita
    quotidiana”.

    All’evento
    hanno presenziato anche numerosi rabbini attuali, alcuni da remoto altri in
    presenza, che hanno avuto il piacere di formarsi con gli insegnamenti del morè
    Moshè. Da Rav Alfonso Arbib a Rav Roberto Della Rocca, poi Rav Jacov Di Segni fino
    al Rabbino capo Rav Riccardo Di Segni, per il quale morè Moshè è stato “un maestro
    così importante da non poter essere dimenticato. Ricordo il momento triste del
    suo funerale, c’era una partecipazione di folla incredibile, i suoi allievi
    piangevano sinceramente. Lo ricordo quando, la mattina presto, lo vedevo
    camminare su lungotevere in direzione del tempio, mentre fumava il sigaro”. Il suo retaggio, religioso, culturale ma soprattutto umano continuerà ad essere il
    monito e l’esempio per le generazioni future. 

    CONDIVIDI SU: