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    Parashà di Terumà: Il modello del Mishkàn di rav Immanuel Ricchi

    Questa parashà tratta la mitzvà della raccolta di donazioni per la costruzione del Mishkàn, il tabernacolo mobile, che accompagnò i figli d’Israele nel deserto. Nella Torà, dopo i primi versetti della parashà che elencano i materiali da offrire, oro, argento, rame, lana azzurra, porpora e scarlatto ecc., è scritto: “Ed essi mi costruiranno un Mikdàsh, un santuario, e risiederò in mezzo a loro. Lo farete secondo il modello che ti farò vedere del Mishkàn e di tutti i suoi utensili” (Shemòt, 25:8-9).

                L’autore catalano del Sèfer Ha-Chinùkh (XIII secolo E.V.), che elenca e spiega le 613 mitzvòt  della Torà, intitola questa mitzvà con le parole “La mitzvà della costruzione della Bet Ha-Bechirà” (lett. “la  casa  prescelta”). Questa definizione comprende sia il tabernacolo mobile, sia il Bet Ha-Mikdàsh  che venne costruito 480 anni dopo da re Salomone a Gerusalemme. Lo stesso autore spiega che per lo stesso motivo per cui l’Eterno mandò dei neviìm (profeti) ai figli d’Israele per indirizzarli sulla retta via, così pure stabilì un luogo, un santuario, per il loro bene. 

                Nel 1716 R. Immanuel Chai Ricchi (Ferrara, 1687-1743, Modena) pubblicò l’opera Ma’asè Choshèv nella quale, in otto capitoli e 72 pagine, descrisse la costruzione del Mishkàn e dei relativi utensili, corredando il testo con note esplicative nelle quale indicò le fonti. L’idea della composizione del libro gli fu data quando insegnava Torà ai giovani a Trieste. 

                Nell’introduzione al libro egli scrive che mentre  insegnava  la parashà di Terumà, per fare capire ai discepoli come era fatto l’efod, un vestimento del Kohen Gadol, ne fece un modello con una piccola pergamena. Un ”uomo generoso”, Avraham Uri Chafetz, vedendo il modello che aveva fatto gli chiese di fare un modello del Mishkàn. Rav Ricchi si mise subito all’opera e, usando del cartone, fece il modello del Mishkàncon attorno il suo cortile e tutti gli utensili. Tutto il modello fu fatto sulla base delle scritture e dei relativi commentatori. Dopo aver fatto il modello si rese conto che il modello da solo non era sufficiente senza un manuale esplicativo. Così pensò di scrivere queste spiegazioni sulle parti vuote del cartone nel cortile del Mishkàn. Poi rendendosi conto che su certi punti vi sono diverse opinioni ed è necessario aggiungere delle note e l’area del cortile era insufficiente, decise di scrivere un libretto apposito che trattasse l’argomento dall’inizio alla fine. Così fu realizzata l’opera Ma’asè Choshèv.  Purtroppo il modello di rav Ricchi è andato perduto e in Ma’asè Choshèv non vi è un disegno del Mishkàn.

                Nell’introduzione a una edizione recente al commento alla Mishnà di rav Ricchi, che intitolò Hon ‘Ashìr, vi è una biografia di questo grande personaggio. Egli rimase orfano all’età di sei anni e fu educato in casa dello zio materno, Yedidià Rabbino, che abitava a Rovigo. Dopo i primi studi a Rovigo, andò a studiare da rav Natan Pincherle, rabbino di Alessandria. Di ingegno brillante, all’età di vent’anni andò a insegnare a Gorizia, dove era rabbino rav Shimshon Morpurgo. Più tardi insegnò a Reggio, a Fiorenzuola, a Venezia e a Trieste. Poi parti per Eretz  Israel dove abitò a Safed. Tornato in Italia per timore della peste, abitò prima a Livorno e poi a Firenze. All’età di 50 anni decise di tornare a Yerushalaim dove stabili una yeshivà con il supporto finanziario di Shemuel Rimini di Firenze. Dopo alcuni anni gli fu chiesto di tornare in Italia allo scopo di raccogliere fondi per le istituzioni di Torà di Yerushalaim. Partendo da Modena fu assalito da briganti che lo derubarono e lo uccisero. Gli ebrei modenesi, quando vennero a sapere della tragedia, lo portarono a seppellire nel cimitero di Cento. Aveva 55 anni. Oltre a Ma’asè Choshèv Hon ‘Ashìr, rav Ricchi scrisse altre opere tra le quali la più nota è Mishnàt Chassidìm che stabilì la sua reputazione di grande maestro di Kabbalà.

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