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    Qua e là tra le Haggadot italiane

    Sarà capitato a chiunque di sedersi in famiglia alla tavola di Pesach e constatare come ognuno dei commensali segua la lettura dell’Haggadàh su un libro diverso. Al di là delle minime variazioni nei canti e della numerazione delle pagine, che rischiano di far perdere il segno ai più distratti, non si può non notare la varietà delle illustrazioni. A margine del testo sono riprodotte le invenzioni di miniaturisti, incisori e artisti che hanno arricchito le parole con immagini, influenzate dalla propria epoca e dalla provenienza. 

    Non è difficile immaginare la ricchezza dei capilettera in oro o delle miniature dipinte che ne hanno accompagnato le pagine fin dal medioevo, come quella appartenuta a David Prato, Rabbino capo di Roma del dopoguerra. Questo manoscritto – ora al The Jewish Theological Seminary di New York – fu realizzato in Spagna nel XIV secolo, ma ha una storia tutta italiana che si snoda nel Novecento. Riapparso sul mercato antiquario romano nel 1928 fu acquistato dall’archeologo Ludwig Pollak che, prima di essere deportato ad Auschwitz nel 1943, lo aveva promesso in dono al caro amico Prato, che lo ricevette dagli eredi dello studioso. 

    Diverso è il discorso per la carta stampata in cui le immagini hanno impiegato qualche tempo in più a comparire, di pari passo con i tempi di perfezionamento che questa tecnica richiedeva. È difficile però stabilire quale sia il primo esemplare tipografico: probabilmente si tratta di un semplice testo pubblicato a Guadalajara in Spagna nel 1480, mentre si può affermare con certezza che circa sei anni dopo era realizzata un’edizione italiana dai tipografi ebrei di Soncino. 

    È proprio in Italia che sono stati stampati tra i testi più ricchi e che spesso nascondono qualche curiosità. Per esempio a Mantova nel 1560 si ritrova l’influsso della tradizione artistica italiana, pur prendendo a modello una Haggadàh praghese del 1526. Ogni pagina è incorniciata da putti, festoni e teste di leone e nel passaggio del testo dedicato alle quattro tipologie di figli – e precisamente il saggio – si riconosce una figura molto simile al profeta Geremia di Michelangelo, dipinto mezzo secolo prima sulla volta della cappella Sistina. Tra questo e altri riferimenti alla tradizione rinascimentale l’immagine più originale è quella di Abramo che attraversa il fiume Eufrate su una sorta di gondola. 

    A rinnovare tutta l’iconografia vi fu invece l’Haggadàh veneziana del 1609: a guidare il lettore tra colonne, frontoni e lettere che contengono piccole scene ci sono Mosè e Aronne su una pagina e David e Salomone sull’altra. 

    Con un balzo di secoli si arriva al 1948, quando Schulim Vogelmann, stampò con la Giuntina un testo illustrato da Eva Romanin Jacur, scomparsa lo scorso gennaio. Le sue immagini fatte di colori primari e personaggi stilizzati hanno seguito intere generazioni di studenti, che spesso hanno annotato ai margini dei fogli pronunce e indicazioni per il canto. Per la stessa casa editrice, a partire da quell’edizione curata dal rabbino Alfredo S. Toaff, fu chiamato nel 1984 Emanuele Luzzati, artista che ha fatto del colore e del mondo ebraico una cifra riconoscibile e sognante. Nella prefazione di quel volume, Rav Elio Toaff z.l. vedeva nel successo e nella quantità di Haggadot e Meghillot di Ester illustrate un messaggio comune: «da un episodio di persecuzione, da un tentativo di distruzione del popolo ebraico fiorisce la luce della salvezza e della libertà…».

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