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    Oltre il 27 gennaio: la marcia della morte

    La legge italiana 20 luglio 200 n. 211 è una legge ordinaria della Repubblica italiana emanata per l’istituzione della Giornata della Memoria e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000. Una giornata istituita per ricordare e commemorare tutte le vittime della Shoah. Si decise di istituire questo provvedimento il 27 di gennaio, in ricordo del 27 gennaio del 1945 quando le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Tuttavia, come ricorda anche Ugo Volli nel suo libro “Mai più! Usi e abusi del Giorno della Memoria” (Sonda Edizioni) sono molte di più le date che contrassegnano la storia della Shoah. È doveroso, infatti, ricordare un altro importante evento accaduto nella metà del gennaio 1945: la marcia della morte

    Mente il Terzo Reich si trovava a fronteggiare la sconfitta militare, le forze alleate si avvicinavano in maniera rapida ai campi di concentramento nazisti. Così le SS cominciarono ad organizzare ad evacuare il campo organizzando marce forzate. Lo scopo era impedire che un gran numero di deportati finisse nelle mani degli alleati.  Vennero successivamente denominate “marce della morte”, termine probabilmente coniato dai prigionieri stessi obbligati a marciare in condizioni di salute al limite dello stremo su distanze lunghissime. Il tutto in condizioni climatiche freddissime. Le marce avvenivano sotto la stretta sorveglianza dei soldati dei Reich. Le SS non risparmiarono maltrattamenti ai prigionieri, uccidendone un gran numero sul finire della guerra. Le più grandi marce della morte presero il via da Auschwitz e da Stutthof.

    Se l’inferno del lager non era stato dunque abbastanza, molti furono i sopravvissuti che dovettero fronteggiare la marcia della morte. Alberto Sed era tra questi: come testimonia il libro dedicato alla sua vita e scritto da Roberto Riccardi “Sono stato un numero” (Giuntina). Deportato Il 16 maggio 1944 arrivò ad Auschwitz sullo stesso trasporto in cui viaggiava il coetaneo Nedo Fiano. Fiano fu arrestato il 6 febbraio 1944, arrivò prima nel carcere fiorentino delle Murate e successivamente al campo di Fossoli. A maggio partì il treno che lo condusse ad Auschwitz. Con l’avanzata degli alleati venne trasferito a Buchenwald dove fu liberato dopo essere sopravvissuto anche alla marcia della morte.

    La storia di Alberto, e della marcia che dovette affrontare, rappresenta una straordinaria testimonianza di resistenza alla morte. Dopo la liberazione del campo di Auschwitz, Alberto venne trasferito e cominciò così l’ennesima battaglia. Dopo estenuanti giorni e altrettante notti di marcia, avendo percorso circa cinquanta chilometri a piedi, Alberto arrivò a Nordhausen in una sottosezione del campo di concentramento di Dora-Mittelbau. Di nuovo uno dei campi di lavoro più duri del sistema tedesco. Alberto ne sarà uno dei pochissimi sopravvissuti. Poco tempo dopo, gli Alleati iniziarono un bombardamento sul campo. I nazisti sull’orlo della sconfitta totale abbandonarono gli ebrei sul campo per rifugiarsi vigliaccamente nei bunker. Sarebbe stata la fine totale, ma Alberto venne salvato insieme ad altri cinque prigionieri da un ufficiale italiano della Marina. 

    “Quando i nostri camion uscirono dal lager, vedemmo a terra gli altri compagni che si accingevano a lasciare il campo a piedi. Ben pochi di essi sopravvissero alla marcia forzata” scrive Nedo Fiano nel suo libro “A5405 Il coraggio di vivere” (Edizioni San Paolo). Se la discesa agli inferi del lager non fu abbastanza, la marcia finale della morte non fu che una postilla ai crimini nazisti perpetrati durante la Seconda guerra mondiale. Nedo Fiano fece ritorno a solo 20 anni completamente solo, senza più un membro della sua famiglia. Tutti fagocitati da quella macchina della morte che furono i lager. 

    In questa cornice, doveroso citare Arminio Wachsberger, anche noto come “l’interprete del ghetto”: Arminio non fu solo un ponte linguistico durante la retata del 16 ottobre 1943 a Roma, grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca, ma soprattutto un testimone preziosissimo della Shoah. Deportato durante il famoso “sabato nero” degli ebrei romani, arrivò ad Auschwitz. Mentre la moglie e la figlia vennero subito mandate a morte, Arminio fece la conoscenza del comandante del campo, Rudolf Hoess, e del responsabile sanitario, Josef Mengele.  Verrà nuovamente obbligato a fare da interprete assistendo alle atrocità destinate agli internati del campo. È nel suo testo “L’interprete di Auschwitz. Arminio Wachsberger, un testimone d’eccezione della deportazione degli ebrei di Roma” a cura di Gabriele Rigano (Guerini e Associati) che Arminio si rivela riportando alla luce gli spettri del lager: I forni crematori, gli appelli, il freddo che non lascia scampo, le selezioni, gli appelli, ma soprattutto le terribili marce della morte.

    Sono esistenze che si legano casualmente e inconsapevolmente, in cui i denominatori furono la necessità di sopravvivere e di lasciarsi alle spalle quell’orrore e quella disperazione vissuta all’interno dei campi.

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