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    Moran Atias dal cinema al volontariato: una instancabile attivista per Israele e le donne

    Moran Atias è un’attrice, modella e conduttrice televisiva israeliana. Ha lavorato anche in Italia prima di affermarsi anche a Hollywood. “Una volta mi chiedevano ‘cosa indossi?’ Ora non me lo chiede più nessuno” dice ironicamente Moran  che è venuta a Roma come membro della delegazione del Maccabi World Union in collaborazione con l’Unione Associazioni Italia Israele. Moran si è sempre prodigata nel volontariato, dedicandosi con energia all’impegno umanitario. Dopo il massacro del 7 ottobre. Moran ha prestato servizio di volontariato per il Forum ufficiale israeliano delle famiglie delle persone rapite e scomparse presentando eventi e girando video autoprodotti, diventati virali con milioni di visualizzazioni sui social media.


    Qual è lo scopo della tua missione a Roma?

    L’Italia è sempre stata un’alleata del  nostro Paese, Israele. Condividiamo gli stessi valori e ci siamo aiutati a vicenda nel tempo in tanti ambiti, dalla medicina alle tecnologie. Lottiamo entrambe per mantenere la democrazia; è la cosa più importante. Non vogliamo, inoltre, perdere l’umanità. Il rischio è forte nel nostro Paese, e noi lottiamo a casa nostra, ma c’è un rischio per tutto il mondo: il rischio di perdere i valori necessari per vivere.

    Nelle  piazze chiedono “from the river to the sea”. Che cosa significa? Immaginiamo un mondo in cui Hamas vinca. Immaginiamo un mondo in cui non ci siano più 9 milioni di abitanti israeliani (ebrei, cristiani, musulmani, drusi, di tutte le nazioni). Che Paese sarebbe? Un Paese che protegge chi? Le donne? Assolutamente no. I gay? Nemmeno. Sarebbe un altro regime, simile all’Iran. La verità è che io non voglio stare qui. Non voglio dire queste parole, non voglio parlare degli stupri delle nostre donne. Però non abbiamo il privilegio di piangere. Vorremmo solo piangere le ferite che sono ancora aperte. Ho ancora il cuore che sanguina, ma devo lottare anche per il futuro di mia figlia che quando sarà grande vorrei che si sentisse fiera e sicura di essere una donna ebrea. 


    Dopo il 7 ottobre hai girato hai girato uno dei video virali più efficaci e di impatto sugli stupri e i massacri subiti dalle donne in Israele anche per sensibilizzare e per cercare di incitare la UN Women Organization (l’Organizzazione delle donne dell’Unione  Europea ) ad esprimersi. Si sono espressi circa un mese dopo. Sei soddisfatta?

    È il loro lavoro. Non devono soddisfare me. Loro devono proteggere tutte le donne senza alcune discriminazione, ma non lo hanno fatto. Quindi stanno tradendo tutte le donne del mondo e loro stesse. Io non potrei mai essere soddisfatta perché tante delle nostre donne sono state stuprate anche da morte. Tante. Sono accadute cose assurde che non voglio neanche credere che siano accadute. Serve una legge forte. Una legge anche contro l’antisemitismo. Dobbiamo portare questi assassini in tribunale come abbiamo con Eichmann perché noi siamo un Paese civile e dobbiamo rispettare la legge. Ormai ogni volta che sento un allarme, mi viene l’ansia. È  diventata è la colonna sonora della nostra vita.


    Perché pensi che sia servito tanto tempo alle organizzazioni femministe per esprimersi?

    È la prima domanda che mi sono posta. Perché? Perché non sono riusciti a parlare? Non trovavano le parole giuste? Inventano espressione belle come “me too”. Ma le parole contano? Evidentemente no. A me non servono scuse, voglio i fatti. Ora è tempo di agire.


    Pensi che quello che stanno subendo gli ostaggi sia una delle ragioni per cui non hanno voluto  liberarne altri?

    Il terrore è che non lo facciano solo alle donne. Possiamo dirlo. Il terrore e l’orrore è pensare che lo facciano anche agli uomini. Conosco storie raccontate da amici che sono stati soldati e so che anche tra di loro c’erano stati uomini stuprati da altri uomini terroristi. Io sto pregando che non sia questo il caso, ma è difficile credere diversamente perché lo hanno già fatto in passato. 

    Penso spesso ai genitori di Noa Argamani, Yaakov e Liora. Li ho conosciuto i primi giorni della guerra. Lei è una ragazza bellissima diventata un po’ un simbolo all’inizio perché era stata vista a bordo di un motorino mentre veniva rapita e stuprata psicologicamente dai terroristi, urlava e guardava il fidanzato anche lui catturato. Loro non hanno avuto modo di vedere più la loro figlia. Sono passati 60 giorni e 60 notti.


    Un quotidiano italiano oha indicato Hamas non come organizzazione terroristica ma di “paramilitari”, come se si trattasse di un esercito. 

    Allora dobbiamo chiedere a loro come abbiano potuto scrivere parole simili, perché uno che si comporta come un soldato non rapisce un bambino di 10 mesi per 60 giorni. Non stupra le donne, questo è un crimine contro l’umanità. Anche in guerra ci sono dei codici, la guerra è una cosa bruttissima che nessuno vorrebbe. Non abbiamo cominciato noi questa guerra e non la vogliamo. Perdiamo tutti. 


    Alla manifestazione contro l’antisemitismo hai acceso una fiaccola rossa: cosa pensavi mentre l’accendevi?

    Prima di venire avevo visto questa cosa nell’ufficio in cui faccio volontariato. Ho visto questa luce e ho detto di volerla portare per la luce che c’è ancora nello spirito ebraico e per ringraziare i soldati che tutti i giorni stanno mettendo la loro vita a rischio per la nostra libertà e per tutti gli ostaggi che sono ancora a Gaza. 


    C’è chi ha messo in dubbio quanto accaduto, ad esempio durante la manifestazione contro la violenza sulle donne si sono messi in dubbi che gli stupri del 7 ottobre siano realmente avvenuti.

    Quelle donne sono terrorizzate per le loro figlie. Se una madre mette in dubbio cose del genere, ha paura per sua figlia. Forse ha paura che la voce di una ragazza non valga? Sono terrorizzata per lei.  Mettono in dubbio una donna, una donna che non è qui per raccontarlo, ma c’è il suo corpo che lo racconta, ci sono gli esperti che lo mostrano e le donne traumatizzate. Io non faccio più domande e non chiedo più scuse. Ci dovrà essere sarà un indagine  forte e chiara altrimenti ci saranno donne in tutto il mondo che continueranno a venire stuprate. Se noi donne non riusciamo ad unirci nemmeno su una cosa come che assassinare le donne non è resistenza, ma che una donna deve essere libera punto e basta, non perché il marito o un terrorista decide per lei che è una proprietà sua. Se non possiamo andare d’accordo su una cosa del genere, che generazione stiamo crescendo? Voglio dire che è una cosa positiva che oggi siamo qui. Che non rimaniamo zitte. A noi donne ci avevano insegnato a stare zitte, a non alzare la voce, a non chiedere un aumento, a non chiedere la libertà ed invece siamo qui e se cercano di farci tacere parliamo più forte perché è una missione umana per tutti noi.


    Moran sei volontaria e stai cercando di guardare al futuro. Con Shalom abbiamo cercato di raccontare che la forza di Israele è il capitale umano, le persone che lavorano, i soldati…Che cosa vedi nel futuro di Israele?

    Penso che quando c’è una grande oscurità, la luce arriva più forte perché abbiamo bisogno di uscire dal lutto. Sono ancora molto addolorata, sono ancora in dialogo con me stessa. Soprattutto quando mi allontano da casa. Quando sono in Israele mi sento molto forte e sicura, sento che abbiamo l’un l’altro e che sappiamo superare discussioni. Perché la nostra unione e la nostra forza l’abbiamo vista. Penso che anche gli arabi israeliani e tutti nelle nostre città abbiano capito che siamo un unico Paese. Questo mi dà molta forza. Lottiamo tutti per un Israele più forte e più unito – questa cosa mi dà energia di raccontare anche la storia bella, colorata e piena di tradizioni, sapori, non siamo tutti uguali in Israele. Questa è la nostra forza.

    Shalom è un saluto ma significa anche pace, e vediamo un futuro di pace. Io non vedo i palestinesi come nemici ma come vicini di casa. Anche il popolo palestinese si deve chiedere che tipo di vita vuole avere. Se vuole avere una vita di educazione, lavoro e futuro deve scegliere diversamente un governo che pensi anche al suo popolo e non solo a distruggere l’altro perché 9 milioni di persone non vanno da nessuna parte. Noi siamo qui e vogliamo accogliere i nostri vicini con rispetto, ospitalità ma senza terrorismo. Basta.

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