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    ISRAELE

    Yuval e Ofir, sopravvissuti al massacro del 7 ottobre, allargano la famiglia

    Quattro mesi dopo essere sopravvissuta insieme a suo marito Yuval e al figlio Tai al massacro di Hamas del 7 ottobre, Ofir Balachsan, residente nel Kibbutz Sufa, ha dato alla luce una bimba, chiamata Cami, che in ebraico significa ‘crescere’. “Invece di sprofondare nella disperazione, ci siamo alzati, siamo vivi e stiamo bene” ha detto la donna ai media locali.
    “Con tutto quello che abbiamo passato, un’esperienza che ancora non riesco ad accettare, sapevo che la piccola sentiva tutto dentro la mia pancia. Ho dovuto mantenere la calma per lei”, racconta Ofir, nascosta per ore in un rifugio antiaereo con suo figlio e i genitori di Yuval, mentre suo marito, il comandante della squadra di sicurezza del kibbutz, ha combattuto con i suoi compagni contro i terroristi di Hamas, infiltrati nelle case dei residenti al Kibbutz Sufa. La donna ha trascorso gli ultimi mesi della sua gravidanza in una camera d’albergo a Eilat.
    “Questo periodo è stato molto frustrante per me. – ha spiegato – Tutto ciò che una donna vuole prima di partorire è un luogo sicuro, e quando non ce l’hai, è davvero difficile. Tutto quello che volevo era partorire e far stare la bambina bene. Sì, non era l’ospedale dove avevo intenzione di partorire, ma comunque, la cosa più importante era rimanere vivi. Dopo la nascita di Cami, quando l’hanno messa su di me è stata una grande vittoria”.
    “Abbiamo perso molti amici e molti altri sono stati rapiti – ha aggiunto – Tre giorni dopo il parto, tutto mi ha colpito. Fino ad allora, mi concentravo sulla gravidanza e sul parto, e dopo che la bambina è venuta al mondo, ho avuto il tempo di pensare. E ripetevo di continuo: e se ci uccidessero? E se ci rapissero? Non riesco a immaginarlo”.
    Ora la famiglia sta cercando di adattarsi alla vita a Ramat Gan, dove si sono trasferiti insieme ad altri membri del loro kibbutz sfollati ormai da Sufa. “Non avremmo mai immaginato di vivere in una città. Tuttavia, in questo momento, non riesco a immaginare di tornare al kibbutz. D’altra parte, non riesco a immaginarmi di vivere da nessun’altra parte. Torneremo a casa quando le condizioni saranno di nuovo adeguate per noi e per la nostra famiglia”.

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