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    Celebrazioni Liberazione 25 aprile: non dimenticare il contributo dei soldati della Brigata Ebraica

    Tra le pochissime cose buone che si possano dire del lockdown e dell’obbligo di distanziamento sociale, c’è il fatto che per una volta saremo affrancati dalle estenuanti polemiche che si ripetono con liturgica precisione sulla presenza della Brigata ebraica nelle celebrazioni del 25 aprile. Da ormai troppi anni, infatti, l’anniversario della Liberazione si connota soprattutto per le contestazioni contro le bandiere della Jewish Infantry Brigade Group – colpevoli di fregiarsi della Stella di David e dunque “israeliane” – e per la presenza delle bandiere palestinesi innalzate da quanti ancora fanno finta di ignorare un “piccolo” particolare: quello relativo alla stretta alleanza, in quegli anni, tra gli stessi palestinesi e il Terzo Reich. Solo per dirne una: Amin al-Husseini, fondatore e leader del Supremo Comitato Arabo che guidò la rivolta anti-inglese e antiebraica del 1936-39 – e che secondo Galeazzo Ciano venne generosamente finanziato dal fascismo italiano – fu alleato di Hitler, riparò a Berlino nel 1941 passando per l’Italia dove si incontrò con Mussolini e fu tra i più solerti nella propaganda per l’arruolamento di giovani islamici nelle Waffen-SS.

    Ridicole sul piano storico, incresciose e imbarazzanti su quello politico, quelle polemiche, dalle quali forse saremo in virtù del Covid-19 quest’anno graziati, vanno tuttavia segnalate, perché rientrano in una gigantesca operazione di revisionismo storico in fase ormai già avanzata. L’obiettivo non è semplicemente edulcorare ma rovesciare la verità storica, accusando le vittime del nazi-fascismo di essere eredi dei regimi da cui furono perseguitati e trasformando gli alleati dei nazisti di allora in paladini della libertà.

    Se il disinvolto tradimento della realtà storica viene troppo spesso accolto e avallato dagli antifascisti di oggi, la menzogna non inganna invece l’estrema destra. Gli eredi del fascismo condividono infatti in pieno il livore contro la Brigata ebraica, ed abbondano a loro volta in calunnie, sia pure d’altro tipo. Qualche anno fa, mentre veniva discusso il conferimento alla Brigata della medaglia d’oro al valor militare, poi effettivamente assegnata ai combattenti ebrei dal presidente Mattarella nel 2018, il sito neofascista Il Primato Nazionale spiegava ai suoi lettori che i soldati della Brigata ebraica non avevano quasi combattuto in guerra, distinguendosi soprattutto per le “vendette” ai danni dei poveri ex fascisti ed ex nazisti.

    Per questo, sia pure per sommi capi, vale la pena di ricapitolare la vicenda eroica della Jewish Infantry Brigade, rinviando – per una conoscenza più approfondita – agli studi, ad esempio, di Claudio Vercelli. L’Agenzia ebraica dovette in effetti “combattere” per poter combattere. Con Le truppe di Rommel che sembravano sul punto di dilagare nel Sinai, la proposta del presidente dell’Organizzazione sionista mondiale Chaim Weizzmann di istituire unità ebraiche fu respinta dagli Inglesi, che esercitavano il mandato sulla Palestina. La potenza mandataria concesse invece di costituire unità miste palestinesi, composte da arabi ed ebrei, a condizione che il numero di volontari ebrei ed arabi fosse lo stesso. Questi ultimi però scarseggiavano e per raggiungere l’obiettivo l’Agenzia ebraica prese la decisione di pagarli. Tra il 1942 e il 1944 si formarono altre compagnie miste – tra cui una composta solo di donne – ma gli inglesi erano refrattari a permettere l’addestramento militare e l’utilizzo in battaglia di queste compagnie anche per il timore di scontri tra i due gruppi.

    Solo nel luglio 1944 Churchill, probabilmente influenzato dalle notizie che arrivavano anche a Londra relative allo sterminio degli ebrei ungheresi, si decise a consentire la nascita della Brigata ebraica, costituita dalla componente ebraica delle compagnie miste palestinesi a patto che comandante e ufficiali non fossero ebrei o comunque non ebrei palestinesi. Il comando venne pertanto assegnato al generale canadese ebreo Ernest F. Benjamin e la Brigata entrò in azione in autunno. Combatté ad Alfonsine, vicino Ravenna, a Brisighella e dette un contributo fondamentale allo sfondamento della linea Gotica.

    La Brigata non era solo, tuttavia, un’unità militare. Si occupò dell’assistenza ai sopravvissuti ebrei e poi, dopo la fine della guerra, della ricerca di nazisti e gerarchi e di altre attività di intelligence. Su questo piano il gruppo più attivo fu quello che si occupò dell’operazione Nakam, Vendetta, specializzato nella caccia a nazisti considerati responsabili diretti della persecuzione contro gli ebrei. Composto da sopravvissuti dei lager e da elementi della Brigata che godevano tuttavia di un ampio margine di autonomia, il gruppo individuò e giustiziò nel dopo guerra tra i 1550 e i 2mila nazisti implicati nel meccanismo dello sterminio.

    In quegli anni la Brigata ebraica, in stretto collegamento con l’Haganah, si occupò anche delle operazioni di immigrazione illegale in Palestina e della fornitura di armi all’Haganah stessa. E’ impossibile distinguere il ruolo giocato dalla Brigata Ebraica nella nascita dello Stato di Israele, sia dal punto di vista psicologico che materiale, da quello esercitato nel combattimento contro le truppe fasciste e naziste. Aver cercato di separare quei due aspetti, la guerra vittoriosa contro la bestia nazista e la nascita dello Stato delle vittime che quella bestia avrebbe voluto annientare, è una responsabilità politica e storica che ricade oggi sulle frange più superficiali e ottuse di un antifascismo più di maniera che di sostanza, quello che per anni invece di applaudire ha fischiato le bandiere gloriose della Jewish Infantry Brigade.

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